mercoledì 31 agosto 2016

BREXIT, L'OPINIONE DI THOM BROOKS: IL REGNO UNITO NON USCIRÀ MAI DALL’UE.

Secondo il parere del professore di Legge, la Brexit potrebbe essere un bluff e il Regno Unito potrebbe non lasciare mai l’Unione Europea.


La Brexit è un bluff? Ecco perché il Regno Unito non lascerà mai l'UE Nonostante i risultati del referendum del 23 giugno scorso, il Regno Unito forse non lascerà mai l’Unione Europea. Perchè? Ce lo spiega il professore Thom Brooks, docente di legge all’università di Durham, il quale è convinto che l'uscita dall'UE alla fine non si verificherà.

Secondo il parere di numerosi esperti, in effetti, la Brexit si rivelerà un intreccio di situazioni talmente complesse che alla fine la tanto temuta uscita dall'UK non accadrà.

Ma veniamo al professor Brooks: il docente, che ha anche collaborato con la Commissione Elettorale per la formulazione del quesito referendario sulla Brexit, ha si è detto convinto che l'articolo 50 del Trattato di Lisbona non verrà mai invocato. “Più il governo britannico si rende conto di quello che sta per perdere con l’uscita dall’Unione Europea, più sarà restio ad abbandonare la nave. Inoltre, con la Brexit verrebbero a interrompersi 42 anni di relazioni giuridiche che non sarà facile sradicare. Il  lavoro sarebbe davvero immenso" ha affermato Brooks. "Inoltre", ha dichiarato "una Brexit gestita in modo frettoloso potrebbe avere effetti molto negativi sulla prossima generazione. Più di tutto, è necessario raggiungere una definizione di Brexit più chiara, perchè ancora oggi l'idea di che cosa rappresenti davvero è molto vaga, e questa continua incertezza è molto dannosa".


martedì 30 agosto 2016

GOVERNO UK ACCELERA SULLA BREXIT

La Premier UK aspira ad evitare l'approvazione parlamentare, e invita i ministri a redigere un crono-programma. 


La vicenda Brexit si sta sviluppando, ed è probabile che nei prossimi giorni si faccia sempre più chiaro lo scenario delle modalità dell'uscita dell'UK dall'Unione Europea. «Brexit significa Brexit»: questo ha sempre ripetuto la Premier Theresa May, che ha da poco convocato i suoi ministri per stabilire i prossimi passi da muovere sulla vicenda Brexit.

Secondo la stampa inglese, però, è in corso un spaccatura interna alla squadra di governo: oggetto dello scontro è il mantenimento dell’accesso al mercato unico da parte del Regno Unito anche dopo l'uscita dall'UE.

Ministri come Philip Hammond, ad esempio, sono infatti convinti che l'accesso al mercato comune vada mantenuto a tutti i costi, mentre altri ministri, come David Davis e Liam Fox, non intendono rinunciare a porre fine della libera circolazione delle persone, che di fatto chiuderebbe anche l’accesso al mercato unico.
Oggetto di discussione è anche l'avvio dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona, con il quale si darà ufficialmente avvio ai negoziati con Bruxelles. May sarebbe infatti intenzionata ad attivare l’articolo all’inizio dell’anno prossimo, senza aspettare, come alcuni invece suggeriscono, i risultati delle elezioni in Francia e Germania.

BREXIT? UNA GRANDE OPPORTUNITÀ. PAROLA DI UBS

pubblicato da: blog.ilgiornale.it

brexit boomOnore al merito di Ubs, sì proprio la grande banca svizzera. Perché, a scanso di errori, è il primo fra i grandi istituti di credito a parlare del Brexit in termini oggettivi, in decisa controtendenza rispetto alla stampa specializzata, soprattutto del Financial Times, che per tutta l’estate ha descritto l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue a tinte foschissime; enfatizzando qualunque notizia negativa e ignorando o minimizzando – in home page – quelle positive, dimostrando uno zelo – spiace constatarlo – quasi da propagandista.

Il quotidiano color salmone si è fatto grigio, ma evidentemente non ha convinto tutti, certo non Ubs, che a firma del proprio Global Chief Investment Officer Wealth Management, Mark Haefele, nell’ultima lettera agli investitori l'”Ubs House View Monthly Letter”, ha proposto queste brevi e significative riflessioni.

Cara lettrice, caro lettore,
Scopriamo oggi che quella inizialmente denunciata come una rapina a mano armata era in realtà una trattativa male interpretata. No, non mi riferisco alla vicenda dei quattro nuotatori olimpici statunitensi in Brasile: sto parlando della Brexit. Da più parti si temeva che i mercati globali subissero i contraccolpi del voto britannico a favore dell’uscita dall’UE, ma – a parte l’impatto sulla sterlina – il crollo post referendum è durato solo pochi giorni, poiché la reazione rassicurante della Bank of England (BoE) e i solidi dati in altre regioni hanno permesso agli investitori di concentrarsi sulla crescita mondiale. In questo momento i tre indici azionari principali degli Stati Uniti sfiorano livelli record, le azioni dei mercati emergenti si attestano ai massimi degli ultimi 12 mesi, le obbligazioni high yield hanno mostrato una buona tenuta nonostante la volatilità del petrolio e, all’estremo opposto dello spettro del rischio, la domanda di titoli di Stato dei paesi sviluppati è così elevata che il 40% di queste obbligazioni registra ormai rendimenti negativi. (…)

Ma è possibile spingersi oltre e tracciare uno scenario che vada al di là del riassorbimento dei timori legati alla Brexit? Che cosa serve perché emerga un eventuale lato positivo del voto che ha fatto tanto discutere? Su scala globale, il referendum britannico ha riacceso il dibattito sui limiti della politica monetaria, che potrebbe rivelarsi proficuo se sfociasse in una serie di stimoli fiscali e monetari più coordinati. E nello stesso Regno Unito, la Brexit può rappresentare un’opportunità storica per migliorare le sorti economiche del paese, se verranno seguiti gli esempi giusti.

Capito? Altro che disastri, altro che sventure. I mercati volano, l’impatto di una protesta popolare democratica come quella espressa dal popolo britannico e frettolosamente bollata da molti commentatori come populista e contraria al progresso, si sta rivelando positiva per l’economia mondiale perché sta costringendo banche centrali e governi a rivedere le proprie politiche. E rischia di trasformarsi per la stessa Gran Bretagna in “un’opportunità storica”.
Come dire: il popolo aveva ragione. Capita, in democrazia.

GB, INVESTIMENTI ESTERI ANCORA SU NONOSTANTE BREXIT: +11%

pubblicato da IlSole24Ore.it:

Foto ReutersLONDRA - La Gran Bretagna attrae più investimenti dall'estero di qualsiasi altro Paese europeo: lo scorso anno il loro numero è aumentato dell'11% raggiungendo il numero record di 2.213 progetti diversi. I dati resi noti oggi dal nuovo ministero del Commercio Internazionale riguardano l'ultimo anno fiscale, dall'aprile 2015 all'aprile 2016, e secondo Londra dimostrano che il referendum sulla Ue non ha scoraggiato le imprese straniere che hanno continuato ad avere fiducia sulle prospettive dell'economia britannica.
Gli Stati Uniti restano il primo investitore con con 570 progetti nell'ultimo anno, seguiti dalla Cina con 156 e dall'India con 140.

L'aumento degli investimenti ha creato 83mila posti di lavoro e ne ha tutelati altri 33mila, secondo il ministero. “Questi dati notevoli dimostrano che la Gran Bretagna continua a essere il posto giusto per fare business, - ha commentato Liam Fox, ministro del Commercio Internazionale. – Abbiamo ampliato i nostri contatti con i mercati emergenti in tutto il mondo per rafforzare la nostra posizione come prima destinazione in Europa per gli investimenti.” Il ministero del Commercio internazionale è uno dei due nuovi dipartimenti creati dalla premier Theresa May dopo il referendum e ha il compito di attrarre investimenti, rafforzare i rapporti con Paesi extra europei e creare nuove alleanze commerciali. L'altro nuovo dipartimento è il ministero per l'Uscita dalla Ue, gestito da David Davis.

Nonostante l'ottimismo di Fox, un noto euroscettico e sostenitore di Brexit, restano dubbi sul futuro dopo l'uscita della Gran Bretagna dalla Ue. Le imprese straniere che investono nel Paese sono attratte da diversi fattori, tra i quali un sistema legale equo e trasparente e l'appartenenza alla Ue. Brexit potrebbe scoraggiare alcuni investimenti: diverse multinazionali come Unilever, Jaguar Land Rover e Nissan, si erano schierate a favore di restare nella Ue.



UN'EUROPA A CERCHI CONCENTRICI IL PIANO PER IL DOPO BREXIT

Si torna a parlare di un Unione a più velocità per affrontare il dopo Brexit. E spunta la proposta di "cinque saggi"

pubblicato da: www.ilgiornale.it


Dopo la pausa estiva il tema della Brexit torna prepotentemente sul tavolo, con i 27 capi di Stato e di governo dei Paesi che restano nell'Unione europea che si incontrano il 16 settembre a Bratislava, in Slovacchia per affrontare la questione.

"Il summit di Bratislava deve preparare la strada per le riforme future", ha sottolineato Gianni Pittella, presidente del gruppo S&D nell'Europarlamento, "Lo status quo non è un'opzione".

Il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, ha intenzione di arrivare preparato e da tempo sta consultando privatamente tutti i leader prima dell'incontro, mentre il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker partecipa a un seminario a porte chiuse insieme a tutta la Commissione "per discutere in modo molto informale, senza telefonini che squillano e con calma le priorità per l'anno a venire".

Intanto da più parti arrivano proposte di un'Europa a più velocità. Come un'architettura a cerchi concentrici che possa riorganizzare le relazioni tra Unione europea e Gran Bretagna, a anche Turchia e Ucraina: è la "Continental Partnership" proposta da "cinque saggi" e presentata oggi a Bruxelles per ristrutturare l'Europa nel dopo Brexit. Il think tank Bruegel sostiene infatti che ci debba essere un primo anello segnato da una forte integrazione (l'Ue stessa) circondato da un altro anello esterno, con un grado di integrazione minore, in particolare per quanto riguarda la libertà di movimento dei lavoratori, ma strutturalmente coinvolto nel processo decisionale, sia pure a livello consultivo.

Anche per Michael Leigh, senior fellow del German Marshall Fund, non bisogna "arroccarsi", ma "pensare a come un nuovo rapporto con la Gran Bretagna possa portare ad un modello di Unione Europea più flessibile, più adatto alle diverse nazioni che compongono l'Europa", magari accettando qualche limitazione alla libertà di movimento della forza lavoro.

lunedì 29 agosto 2016

BREXIT: VICE MERKEL, NIENTE FAVORI A GB

Socialdemocratico Gabriel meno conciliante di Angela Merkel

pubblicato da: www.ANSA.it

 © ANSALONDRA, 28 AGO - Nessun trattamento di favore per la Gran Bretagna, che non si deve aspettare "cose carine" nei negoziati per l'attuazione della Brexit, il divorzio da Bruxelles. Parola del vicecancelliere e ministro dell'Economia della Germania, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, che esprime oggi toni meno concilianti rispetto a quelli mostrati finora - almeno in pubblico - dalla cancelleria Angela Merkel. "La Brexit è una cosa cattiva, ma non colpirà l'economia così tanto come alcuni temono", ha premesso, citato dall'Independent.
    "E' più che altro un problema psicologico e soprattutto un enorme problema politico", ha aggiunto, sottolineando che occorre chiarezza poiché il mondo guarda in questa fase all'Europa come a "un continente instabile". Se l'Ue gestisce la Brexit "in modo sbagliato saremo in grossi guai ed per questo che dobbiamo assicurare che la Gran Bretagna non ottenga, per così dire, cose carine né sfugga alle sue responsabilità", ha concluso il vicecancelliere tedesco.
 

LO SLOGAN: L'UNIONE NON È FINITA CON LA BREXIT

La cancelliera e il presidente francese d'accordo col premier: non ci faremo scoraggiare

pubblicato da: www.ilgiornale.it

Roma Diventerà un campus per formare i giovani europei il carcere di Santo Stefano, dove Altiero Spinelli e gli altri padri dell'Europa hanno scritto il loro Manifesto.

Risultati immagini per brexitMatteo Renzi lo indica alle sue spalle, sull'isolotto di fronte a Ventotene. È alla conferenza stampa sul ponte di comando della portaerei Garibaldi, ancorata di fronte alla perla delle Pontine. Al suo fianco, François Hollande e Angela Merkel. Stesso completo grigio piombo per il premier italiano e il presidente francese, abbottonatissima giacca verde acqua per la cancelliera tedesca.

L'annuncio vuol'essere il segnale che l'Ue del dopo Brexit, attaccata dal terrorismo jihadista e divisa di fronte all'immigrazione massiccia può superare scetticismi, populismi e contrapposizioni, per scrivere una nuova pagina della sua storia.

«È arrivato il momento di tenere insieme sogni e concretezza», dice Renzi. Ma sono Hollande e Merkel a illustrare le priorità che il triunvirato indicherà al vertice Ue di Bratislava di metà settembre. Sicurezza, sottolinea Hollande, con la protezione delle frontiere esterne dell'Europa rafforzando anche la guardia costiera e maggiore coordinamento nella lotta al terrorismo, condividendo le informazioni a livello di polizie e intelligence. Accoglienza dei migranti, dice Merkel, ma anche investimenti per «dare un futuro all'Africa», cominciando dai Paesi d'origine dei flussi migratori come Mali e Niger. Il presidente è un po' sulla difensiva quando dice che bisogna andare «oltre» lo scetticismo di tanti verso l'Europa, a partire dalla sua Francia e sulla guerra in Siria ribadisce la linea interventista: «Il dramma di Aleppo, un giorno, sarà la vergogna della comunità internazionale, se non facciamo qualcosa». La cancelliera ammette che sui migranti la politica in Germania è cambiata e difende l'accordo con la Turchia di Erdogan: «È essenziale perché senza il suo aiuto l'Ue non può vincere la lotta contro gli scafisti ». Poi difende la circolazione libera nello spazio Shengen.

Renzi rimane più sulle affermazioni di principio e attacca i populisti che fanno dell'Europa il «capro espiatorio» di tutto: «Il tema dell'immigrazione è una delle sfide più difficili. Nessuno pensa che si risolva con uno schiocco delle dita, ma l'Europa è la soluzione non il problema». Poi incassa i complimenti della Merkel per le «riforme coraggiose», l'appoggio per il Jobs Act e restituisce il piacere ricordando che la Germania «ha accolto l'anno scorso un milione di migranti, 8 volte più dell'Italia». A chi lo stuzzica su flessibilità e deficit, il premier replica che è «il più basso degli ultimi 10 anni e continuerà così, grazie a riforme strutturali». La cancelliera aggiunge che «il patto di stabilità contiene margini di flessibilità da usare saggiamente».

Quanto alla Brexit, i tre leader sono concordi: «Non ci facciamo scoraggiare». Ma nessuno accenna a come gestire l'uscita della Gran Bretagna. È solo uno dei punti sui quali non sono in sintonia, come su crescita e posti di lavoro. Meglio glissare. E puntare sul programma Erasmus che compie 30 anni e va «ampliato».

SOCIETA' DI NOLEGGIO AUTO APPLICA LA "BREXIT TAX" A UN AUTOMOBILISTA.

Un cliente di una società di car rent resta inorridito quando gli viene richiesto il pagamento di una "Tassa Brexit" alla restituzione di un veicolo, in Francia.

pubblicato da: www.express.co.uk

Avis ha addebitato una una multa pari a £ 2.19 a Lord John Krebs, professore a Oxford, quando questi ha riportato un veicolo all'aeroporto di Marsiglia. Al cliente è stato detto che tale importo era dovuto a causa dell'uscita della Gran Bretagna dalla Comunità Europea.

avisLord Krebs a riferito a The Sun: "Mi sono accorto di un addebito che non aveva alcuna spiegazione. Il responsabile della filiale Avis mi ha detto "Oh, quella è la Brexit Tax.". Gli ho chiesto che cosa intendesse dire, e mi ha risposto "Richiediamo il pagamento di questa tassa, adesso". Gli ho riferito che noi non siamo ancora usciti dall'Europa, e mi sono rifiutato di pagare. Prima o dopo Brexit, non è giusto."

Secondo quanto riferito, la tassa extra è stata aggiunta perchè, dopo il referendum, la sterlina ha perso valore rispetto all'euro.

Si ritiene che a un buon numero di altri automobilisti possa essere stata addebitata la cosiddetta Brexit Tax. Tuttavia, un portavoce di Avis ha riferito che l'applicazione della tariffa è stata in realtà un errore di sistema, e che definirla "Brexit Tax" è stato un errore di cattiva comunicazione commesso dal responsabile di filiale.

Leggi articolo originale (in lingua inglese)

domenica 28 agosto 2016

VICENZA: ALLE FORNACI ROSSE SI PARLA DI BREXIT

Quale Europa dopo la Brexit? Alle Fornaci Rosse ne parlano Marco Furfaro e Brando Benifei

pubblicato da: www.vicenzapiu.com

ArticleImageNel secondo giorno del Festival Fornaci Rosse, Marco Furfaro di Sinistra Italiana e Brando Benifei parlamentare europeo del Partito Democratico si sono ritrovati a discutere della BREXIT e soprattutto del futuro dell'Unione Europea, a moderare il dibattito il giornalista Tommaso Quaggio di TVA Vicenza. Benifei, rispondendo alla domanda su quali saranno gli effetti della BREXIT, ma soprattutto sugli effetti che questa avrà sull'Europa di domani, ha detto che certamente il risultato del referendum in Gran Bretagna non è positivo, ma allo stesso tempo ha voluto chiarire alcuni aspetti circa tempi e modalità del processo di separazione.
Innanzitutto, a partire da un aspetto poco affrontato finora e che riguarda la Scozia e l'Irlanda, dove ha stravinto il Remain; Benifei a tal proposito riferisce che le popolazioni e i rispettivi premier di questi due paesi, facenti parte del Regno Unito, non sarebbero favorevoli all'uscita, prospettando addirittura un ipotetico referendum per la rimanenza in Europa, che farebbe allungare ulteriormente i tempi e le modalità di uscita.
Per quanto riguarda gli altri esponenti europei, da Marine Le Pen a Matteo Salvini, i quali continuano a professare un'idea di stati Europei singoli e separati uno dall'altro, li ha definiti retrogadi, come anche gli slogan ottocenteschi che quotidianamente professano, i quali – dice Benifei- sicuramente non sono perseguibili, ma rischiano di alimentare i processi destabilizzanti del processo rinnovativo dell'unione Europea.
Marco Furfaro, che si è detto comunque contrario all'uscita dal Regno Unito dall'Unione Europea e soprattutto al fatto che il sogno Europeo finisca nel nulla, ha spostato l'attenzione sulle cause che hanno portato al voto referendario sulla BREXIT e che rischia però di trascinare anche altri popoli all'idea di abbandonare l'Europa e soprattutto, facendo molte critiche ai processi con i quali l'Europa è stata creata e portata avanti in questi anni.
Sulla questione inglese, Furfaro ha puntato il dito in primis contro Margaret Thatcher esecutore iniziale di quelle politiche di austerity, introdotte nel corso della sua azione politica e portate avanti durante questi anni dai suoi successori alla guida della Gran Bretagna, austerity che ha inevitabilmente portato ad una ribellione del popolo inglese verso protocolli e parametri numerici che non tengono conto delle reali esigenze dei popoli e delle famiglie ma solo del rispetto di artifizi contabili. Da qui una chiara connotazione alle politiche di austerità che l'Europa a trazione Merkel continua a perseguire nell'illogica concezione che con il blocco della spesa pubblica la situazione economica possa migliorare. Furfaro rincara la dose verso quella austerità che oggi permette a personaggi come Salvini di poter fare incetta di voti e che rischiano addirittura di essere visti da tanti elettori, non solo della Lega nord, come ancora di salvezza e quindi soluzione ad una crisi finanziaria che ogni giorno tende alla demolizione non solo dello stato sociale, ma della speranza per il futuro delle generazioni a venire.
Concetti quelli di Furfaro condivisi anche da Benifei, il quale non nasconde che in più occasioni non si trova in linea con le scelte del suo partito, soprattutto per quanto concerne quelle scelte, dette anche da Furfaro, che non tendono a superare il divario tra interessi elettorali a breve periodo e interessi comunitari a lungo termine, che in sostanza sono il male oggi di un divario tra le esigenze reali della popolazione e parametri economici dettati da logiche economiche, volte a raggiungere i soli equilibri di bilancio.

Leggi intero articolo su: www.vicenzapiu.com

DOPO BREXIT, IL VOTO DI ITALIA, AUSTRIA E OLANDA TIENE IN ANSIA LA UE

Dopo Brexit i riflettori di tutta Europa sono puntati sul voto in Austria e Olanda, dove l'onda euroscettica guadagna terreno e ovviamente sul referendum costituzionale di novembre in Italia

pubblicato da: www.firstonline.info

Dopo Brexit l’Europa si prepara ad affrontare nuove turbolenze politiche. Ad incidere fortemente sul futuro dell’Unione Europea e sui progetti di unità confermati da Ventotene dai leader di Italia, Francia e Germania, saranno appuntamenti elettorali ad alto rischio in programma in Austria e Olanda, senza trascurare ovviamente il referendum costituzionale di novembre in Italia i cui effetti stabilizzanti o destabilizzanti riguarderanno non solo il nostro Paese e il governo Renzi ma gli equilibri politici di tutto il Vecchio continente.

Vienna, il prossimo 2 ottobre si ripeterà il secondo turno delle elezioni presidenziali annullato dalla Corte Costituzionale dopo il ricorso presentato dal partito ultranazionalista FPÖ in seguito ad alcune irregolarità verificatesi nel corso degli scrutini. Lo scorso 22 maggio, a sorpresa, il candidato dei indipendente dei Verdi Alexander Van der Bellen era riuscito a soffiare la presidenza all’esponente della forza politica di estrema destra Norbert Hofer con soli 31mila voti di scarto, facendo tirare un sospiro di sollievo all’intero continente.

La prossima tornata elettorale però potrebbe avere un risultato diverso. Secondo un sondaggio Gallup condotto per il giornale popolare Oesterreich l’elettorato austriaco sarebbe propenso a cambiare il voto espresso al ballottaggio di maggio, dando la vittoria a Hofer. Parlando in numeri, quest’ultimo avrebbe sei punti percentuali di vantaggio sull’avversario: 53% per il candidato dell’ultra destra a fronte del  47% registrato da Van der Bellen. Secondo la stessa rilevazione il 55 degli intervistati avrebbe infatti dichiarato di voler modificare la propria votazione, mentre un ulteriore 12% starebbe pensando di cambiare.

Ma a preoccupare l’Unione Europea c’è anche l’Olanda in cui il PVV, partito di estrema destra, anti-islamico ed euroscettico,  guidato da Geert Wilders continua a guadagnare consensi. Lo scorso 24 giugno, subito dopo il referendum che ha decretato la fuoriuscita del Regno Unito dall’Ue,  Wilders dichiarò: “Giovedì 23 giugno 2016 resterà nella storia come il giorno dell'indipendenza. Ora è tempo di un nuovo inizio, anche nei Paesi Bassi".

Amsterdam andrà alle urne nel maggio del 2017 e, in base ai sondaggi, l’ascesa di Wilders al potere diventa sempre più probabile. Secondo le rilevazioni infatti, il leader del partito di estrema destra può contare su un consenso tre volte superiore a quello registrato alle elezioni del 2012 quando il PVV ottenne il 10,1% dei voti (-5,4% rispetto alle elezioni di 2 anni prima) e 15 seggi alla Camera.

Secondo quanto dichiarato nel corso degli ultimi mesi dal leader euroscettico, nel caso in cui riuscisse a vincere, il PVV proporrebbe un referendum sul modello della Brexit.

LA SCELTA DI THERESA MAY: «BREXIT SENZA VOTO IN PARLAMENTO»

La premier conservatrice ha deciso di attivare l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona senza un passaggio alla Camera dei Comuni. La notizia, pubblicata dal Telegraph, spegne le speranze di quanti tentavano di fermare il divorzio dall’Unione Europea

pubblicato da: www.corriere.it


«Brexit vuol dire Brexit». La premier britannica Theresa May non ha mai nascosto la sua intenzione di voler rispettare alla lettera il risultato del referendum del 23 giugno scorso sull’uscita del Regno Unito dalla Ue ma oggi, 27 agosto, The Telegraph ha gelato le residue speranze del Remain pubblicando, in esclusiva, la decisione della premier di permettere un voto in Parlamento sulla Brexit. May ha fatto sapere che attiverà direttamente l’Articolo 50 del trattato di Lisbona, per dare avvio alle trattative per il divorzio dall’Ue .
La strategia del Remain
I fautori del Remain sostenevano la necessità di un passaggio in Parlamento dato che il referendum avrebbe solo una valenza consultiva ma la premier non ha alcuna intenzione di offrire ai suoi avversari l’opportunità di fermare l’uscita del Paese dalla Ue. In passato, infatti, l’ex premier Tony Blair e il candidato alla leadership del Labour Owen Smith — tra gli altri — hanno ipotizzato che i parlamentari contrari all’uscita dalla Ue potrebbero usare un voto alla Camera dei Comuni per ribaltare il risultato del referendum.

L’articolo 50
Il Telegraph riferisce che la premier ha consultato una schiera di avvocati per essere certa di avere il potere di invocare l’Articolo 50 senza l’autorizzazione del Parlamento. Anche perché, come è noto, a Westminster i favorevoli alla Ue sono in stragrande maggioranza in entrambe le Camere.
La strategia del Labour era stata resa nota da Owen Smith qualche giorno fa: «Sotto la mia guida il partito non firmerà mai un assegno in bianco ai Tory — aveva detto — . Voteremo in Parlamento per bloccare ogni tentativo di invocare l’articolo 50 finché Theresa May non indirà un secondo referendum sulla questione».

BREXIT: BOOM TURISMO NON BASTA. LA SITUAZIONE A DUE MESI DAL REFERENDUM

Ma la Brexit ha fatto bene o male all’economia del Regno Unito? Il punto della situazione, tra turismo in crescita e stime sul Pil tagliate.

pubblicato da: www.forexinfo.it

Ma alla fine questa Brexit ha arrecato più danni o vantaggi all’economia del Regno Unito? A più di due mesi dal referendum che ha sancito il divorzio tra i sudditi di Sua Maestà la Regina e l’Unione Europea arrivano i primi bilanci sugli effetti del voto.

Brexit: boom turismo non basta. La situazione a due mesi dal referendumI dati, come spesso accade, si prestano a facili strumentalizzazioni sia da parte degli euroscettici - che vedono nella Gran Bretagna post-Brexit una sorta di Bengodi o quantomeno un modello da applicare anche al proprio Paese - sia da parte degli europeisti più convinti, i quali, invece, tendono a tracciare uno scenario a tinte fosche per UK. Cerchiamo di andare con ordine e di mettere in fila i fatti.

La propaganda anti-Ue negli ultimi giorni sta insistendo sui dati che arrivano dal fronte turismo. Il netto calo della sterlina dopo il voto di giugno ha determinato un aumento del turismo verso il Regno Unito, invogliando i turisti a spendere di più (in modo particolare a Londra).

Brexit: con calo sterlina cresce il turismo
I dati diffusi dalla società di ricerche specializzata Global Blue mostrano un aumento del 18% degli arrivi dall’estero nel mese di luglio, in modo particolare dagli Stati Uniti (+20%), dall’Italia (+23%) e da Hong Kong (+18%). Raddoppiato il flusso di turisti provenienti dall’Arabia Saudita. Gordon Clark, managing director di Global Blue, ha spiegato che “La performance della Gran Bretagna sta superando il resto dell’Europa. Anche se il Giappone e l’Indonesia rappresentano solo l’1% e il 2% rispettivamente dello shopping duty free in Gran Bretagna è positivo vedere un aumento nei loro acquisti, accanto all’incremento da parte di Paesi come l’India e la Thailandia”.

Brexit: aleggia spettro recessione
Ma non è tutto oro quel che luccica. Sul futuro della Gran Bretagna aleggia infatti lo spettro della recessione, stando agli ultimi dati economici sulla fiducia degli operatori del mondo produttivo.
A luglio l’indice PMI manifatturiero è sceso a 49,1 rispetto al 52,01 del mese precedente. Anche l’indice PMI dei servizi è stato protagonista di una forte flessione: dal 52,3 di giugno, infatti, è passato a 47,4. Numeri che hanno trascinato l’indice composito (manifattura più terziario) a un livello di 47,3: quanto basta per far suonare il campanello d’allarme della recessione.

Brexit: lo storico taglio dei tassi della BoE
L’incertezza del quadro economico ha spinto la Banca d’Inghilterra - per la prima volta dalla grande recessione del 2009 - a optare per uno storico taglio dei tassi dello 0,25% e per un aumento dell’acquisto dei titoli di Stato di ulteriori 60 miliardi di sterline. La BoE ha inoltre rivisto al ribasso le stime sul Pil per il 2017 (ridotte drasticamente da 2,3% a 0,8%) e per il 2018 (da 2,3% a 1,8%).

Insomma: gli ipotetici effetti benefici della Brexit sono tutti da verificare, soprattutto alla luce della lentezza con cui il governo britannico sta procedendo all’uscita dalla Ue. La clausola per rendere ufficialmente operativo il divorzio dal Vecchio Continente potrebbe infatti essere invocata dopo le elezioni in Francia e Germania, ovvero non prima del 2017.

BREXIT, LONDRA RINUNCIA AL PIENO ACCESSO AL MERCATO UNICO

Risultati immagini per brexitLONDRA (WSI) – A quasi due mesi dalla Brexit cominciano a delinearsi le strade da prendere. I  funzionari governativi del Regno Unito hanno lavorato duramente tutta l’estate per elaborare un piano per l’uscita del paese dall’Unione europea e alla fine hanno concluso che lasciare l’Unione e mantenere l’accesso al mercato unico, un accordo in pieno stile norvegese, non è per nulla una tesi sostenibile. A dirlo il Financial Times che cita fonti vicine ai negoziati.

La Norvegia contribuisce al bilancio europeo e prevede la libera circolazione delle persone in cambio del pieno accesso al mercato unico. Un accordo simile per l’Inghilterra non è fattibile sia sul piano politico che pratico, per questo la City sta studiando un’alternativa sull’esempio della Svizzera dove alcune industrie hanno pieno accesso al mercato unico europeo, creando così un accordo ad hoc con l’Ue. Un task force di notai presieduta dal presidente di Santander Uk ed ex ministro del lavoro, corposo documento di 110 pagine insieme alla BBA, l’Associazione dei banchieri inglesi il cui amministratore delegato Anthony Brown sottolinea:

“Ci deve essere un accordo bilaterale tra Uk e Ue che prevede il pieno accesso al mercato a due vie. Entrambe le parti hanno interesse a realizzare tale accordo in quanto non è nell’interesse degli altri paesi europei che il loro principale centro finanziario, la City, sia tagliata fuori dai loro rapporti commerciali, soprattutto in un momento in cui si sta cercando di stimolare la crescita economica europea”.

Michael Roth , il ministro degli affari europei della Germania, ha detto che il Regno Unito potrebbe ottenere uno “status speciale” all’interno dell’UE con un accordo su misura. Intanto la posizione ufficiale del governo inglese non sarà rivelata fino alla fine dell’anno e non resta che attendere.

pubblicato da: www.wallstreetitalia.com

sabato 27 agosto 2016

PEOPLE BANK OF CHINA SVALUTA LO YUAN: È IL MAGGIOR CALO DOPO BREXIT

Cina al lavoro per supportare l'economia domestica: mentre il governo studia sgravi fiscali e nuovi sistemi di finanziamento per le imprese, la Banca centrale deprezza lo yuan dello 0,7% nei confronti del dollaro. Sheng: si dovrebbe allargare il deficit fiscale.

pubblicato da: www.milanofinanza.it

Cina
Cina al lavoro per dare un nuovo impulso alle proprie aziende. Il consiglio di stato di Pechino, ovvero il gabinetto dei ministri, ha infatti varato nuove linee guida per ridurre i costi di finanziamento per le imprese, assicurando che manterrà una liquidità ampia nel sistema bancario e un contesto monetario e finanziario adeguato. Allo studio, in aggiunta, una riduzione del carico fiscale per l'imprenditoria cinese per oltre 500 miliardi di yuan, sgravio che dovrebbe concretizzarsi nell'arco dei prossimi due anni.

A rafforzare le manovre dell'esecutivo anche l'azione della People Bank of China, che stamane ha svalutato la moneta domestica dello 0,7% nei confronti del dollaro statunitense, deprezzamento che si configura come il più consistente dopo il referendum sulla Brexit, quando la valuta di Pechino aveva perso lo 0,9% contro il biglietto verde. Il cross dollaro/yuan è quindi passato da quota 6,6211 a 6,6652, con il cambio che al momento si attesta a 6,6527, in rialzo dello 0,07%. La decisione della PBoC è stata legata principalmente al rafforzamento della divisa americana, apprezzamento influenzato dal crescente clima di incertezza circa le prossime mosse che la Federal Reserve potrebbe mettere in campo sul fronte di politica monetaria.

L'azione dell'Istituto centrale dovrebbe ad ogni modo segnare la fine degli interventi sulla valuta cinese. Secondo Sheng Songcheng, capo del dipartimento di statistica della PBoC intervistato da China Business News, infatti, Pechino manterrà stabile lo yuan nella seconda metà dell'anno in modo da impedire un deprezzamento della moneta su larga scala.

Tutto ciò considerando che l'implementazione di manovre a livello governativo, come gli sgravi fiscali, sarebbe più efficace per il supporto dell'economia domestica rispetto a un ulteriore taglio dei tassi di interesse. Stando alle parole di Sheng, il Paese avrebbe modo di incrementare il suo deficit fiscale fino al raggiungimento di un rapporto sul prodotto interno lordo pari al 5%, valore superiore al target del 3% definito per quest'anno dalle autorità.

Queste dichiarazioni hanno impattato negativamente sull'andamento dei listini azionari cinesi tanto che sia lo Shanghai Composite Index sia lo Shenzhen Composite hanno archiviato la seduta in calo, rispettivamente dello 0,8% a 3.084,81 punti e dell'1,3% a 2.018,66 punti. "Da un lato, gli operatori hanno tentato di digerire gli ultimi commenti provenienti dalla PBoC, dall'altro, restano in attesa del prossimo catalizzatore", ha commentato a proposito Alvin Li, Etf strategist della Csop Asset Management, "soprattutto dopo che, la scorsa settimana, il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese ha approvato il lancio dell'attesa connessione tra la Borsa di Shenzhen e quella di Hong Kong".

venerdì 26 agosto 2016

VENDITE DI JIMMY CHOO IN RIALZO DOPO BREXIT

Le vendite di Jimmy Choo spinte dalla sterlina debole post Brexit

pubblicato da: www.ilsole24ore.it

Jimmy Choo, la famosa casa britannica produttrice di scarpe e accessori di lusso, ha chiuso il primo semestre dell'anno con ricavi in crescita del 9,2% a 173,1 milioni di sterline a cambi correnti (+3,8% a cambi costanti). I ricavi sono stati sostenuti soprattutto dal +17,9% dell'Asia a cambi costanti e
+22,1% a cambi correnti , dal +8,4% (+12,2% a cambi correnti) della area Emea, e dal+6,1% (+18,2%) per il Giappone - che beneficia dei tanti turisti cinesi in cerca di acquisti di lusso - che sono andati a compensare il -8,6% (-3,4%) delle Americhe. Il risultato netto del periodo si attesta così in in rialzo del 27,9% a 14,3 milioni di sterline.

Se i dati del primo semestre sono stati positivi , tanto che il titolo Jimmy Choo alla Borsa di Londra sta salendo di circa il 2,7% , la seconda parte dell'anno sembra promettere anche meglio. C'è infatti fiducia per quanto riguarda il 2016: «Abbiamo avuto un forte avvio del secondo periodo dell'anno - afferma la società - a cui si è aggiunto il positivo effetto della sterlina debole», un effetto innescato dall'esito del referendum sulla Brexit dello scorso giugno.

Per Pierre Denis, Ceo di Jimmy Choo, i risultati del primo semestre «rappresentano un'eccellente performance nel periodo. Abbiamo avuto una buona partenza della seconda parte dell'anno e restiamo ottimisti sulle nostre prospettive per quest'anno e per le notre performance in futuro».


BREXIT: BANCHE TEDESCHE, NESSUN PRIVILEGIO PER ALCUNI SETTORI

Brexit"In nessun modo possiamo accettare che dai negoziati con la Gran Bretagna sui rapporti con la Ue nel dopo-Brexit escano dei do ut des,
ad esempio lasciando libero accesso alle auto tedesche sul mercato britannico in cambio della libertà delle banche britanniche sul mercato finanziario tedesco", ha detto Michael Kemmer, direttore generale dell'associazione bancaria tedesca, BdB, a Francoforte, aggiungendo che deve valere il principio della reciprocità con uguali diritti per tutte le parti e nessun trattamento privilegiato per alcuni settori.

Secondo quanto riporta Die Welt, si capisce lentamente quali siano gli obiettivi del governo britannico nei negoziati con la Ue per il dopo-Brexit. Prima di tutto Londra vuole cancellare la libera circolazione dei cittadini della Ue verso la Gran Bretagna e non vuole più contribuire al bilancio comunitario ma questo comporterebbe un'uscita della Gran Bretagna dal mercato comune. Il rischio a questo punto è di definire i rapporti tra Londra e Bruxelles con una serie di accordi singoli con tutte le possibili conseguenze del caso, ad esempio cedendo su un certo terreno in cambio di concessioni dalla Gran Bretagna su un altro ed è proprio questo il rischio che il settore bancario tedesco non vuole correre.

Per Kemmer, Francoforte ha ottime prospettive di diventare la principale piazza finanziaria della Ue dopo l'uscita di Londra che "perderà sicuramente in importanza" ma il governo tedesco deve diventare più attivo non solo sbarrando la strada ad accordi do ut des ma anche eliminando tutti gli ostacoli che finora hanno reso difficile l'insediamento di banche britanniche a Francoforte ad esempio la non deducibilità della tassa sulle banche. Da Berlino "è necessario un chiaro impegno in questo senso", dice ancora Kemmer, e un lavoro attivo per lo spostamento dell'Autorità bancaria europea da Londra a Francoforte, un punto su cui "Parigi si sta muovendo in modo molto più propositivo".
PUBBLICATO DA: www.milanofinanza.it

POSSIBILE ANTICIPO BREXIT? TREND NEGATIVO PER LA STERLINA

Sell sulla sterlina, rumors su Brexit spaventano i mercati

pubblicato da: www.wallstreetitalia.com

Trend negativo per la sterlina, dopo che alcuni rumors, secondo cui il Regno Unito potrebbe attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona prima del previsto,  circolano sui mercati: precisamente, riporta MarketWatch, nel corso del primo semestre del 2017, ovvero prima che si svolgano le elezioni cruciali in Francia e Germania. I rumor sono stati riportati da Bloomberg.

Se attivasse l’Articolo 50, il Regno Unito di Theresa May darebbe ufficialmente il via alle trattative per concretizzare il la Brexit, e siglare dunque l’addio definitivo dall’Unione europea. Bloomberg segnala come l’attivazione di tale articolo potrebbe scattare già ad aprile.

Immediata la reazione della sterlina che, nella sessione odierna, è scesa fino a $1,3059 rispetto agli $1,3160 di giovedì: si tratta del calo giornaliero più sostenuto in due settimane.  In tre mesi, nei confronti del dollaro, la sterlina ha ceduto oltre -10%.

Tra le altre valute principali del mercato valutario giornata di rialzi per il dollaro – sullo yen oltre JPY 100 e sul dollaro canadese attorno a C$1,2878. Euro in calo attorno a $1,1322.

BREXIT: SCOZIA NOMINA MINISTRO AD HOC

Per Edimburgo obiettivo è restare comunque nell'Ue

pubblicato da: www.ANSA.it

 © EPA
(ANSA) - LONDRA, 25 AGO - La Scozia sta cercando il modo di evitare la Brexit e le sue conseguenze negative sull'economia nazionale. Così la leader indipendentista Nicola Sturgeon ha annunciato la nomina di un suo rappresentante 'ad hoc' per trattare insieme a Londra i termini del divorzio della Gran Bretagna da Bruxelles. Il ministro dovrà quindi tentare di ottenere una sorta di 'esenzione' scozzese che permetta ad Edimburgo di continuare a godere dei benefici offerti dalla permanenza nell'Ue. Resta però aperta, come più volte ha sottolineato la stessa Sturgeon, la possibilità di indire un secondo referendum sull'indipendenza della Scozia qualora fosse compromesso il legame tra Edimburgo e Bruxelles. La 'first minister' ha anche diffuso alcuni dati sulle conseguenze negative della Brexit, che potrebbe costare all'economia scozzese tra 1,7 e 11,2 miliardi di sterline l'anno da qui al 2030.